domenica 23 febbraio 2014

Di lupi e pelo: di come il lupo perde il pelo, ma soprattutto lo cerca

"
aledetto il giorno che l'ho incontrato" disse la principessa. Stirava verso il ginocchio il bordo della gonna, e teneva le gambe incrociate strette.
I suoi cortigiani la guardavano sgomenti. Nessuno aveva immaginato che così fantasiose, articolate e straordinarie potessero essere state le giornate in cui la principessa era mancata dal regno.
Ma andiamo con ordine.
Tutto cominciò da un libro. 
La principessa trovò il libro in una cantina e ne lesse pagina dopo pagina: narrava la storia di un cavaliere oscuro e misterioso, in perenne lotta con il destino, in continua fuga da maghe bramose del suo cuore.
Trovava sollievo da quella lettura: si rifugiava all'ombra del bosco e scappava dal padre, ostinato a trovarle presto marito.
Ad ogni pagina, il libro catturava sempre di più la sua attenzione e sembrava sempre più reale, finché un giorno, mentre leggeva l'ennesima scena di fuga, un rumore la distrasse dalla lettura. 
Un lampo e dietro il cespuglio scomparse il conosciuto sentiero verso il castello. Al suo posto una nuova strada, appena battuta, ma lineare, radiosa. 
"Decisi di seguire quella strada. Tradii mio padre e mio fratello, senza voltarmi indietro. Partii, sentivo che quella strada mi avrebbe portato mondi nuovi. E così fu, conobbi il cavaliere e tutta la sua coorte: così diversi, così intraprendenti e critici verso gli antichi costumi, così innovatori. Ne rimasi incantata. Il cavaliere oscuro mi corteggiò ed io me ne innamorai"
Bevve piano dal bicchiere, la principessa, distogliendo lo sguardo. Una cortigiana richiamò la sua attenzione "Ma perché decise di non nascondere la cosa a noi suoi fedeli amici?"
"Eravamo entrambi in fuga: lui proveniva da una maga che trasformava gli uomini in animali, io non volevo passare per la persona che aveva rotto gli equilibri della sua società, non volevo essere il nuovo che spaventa e disorienta. Volevo stare a guardare e godermi il momento"
"Poi un giorno ha iniziato a trasformarsi, e a diventare lupo"
Tutti i presenti la guardarono in silenzio
"Era sempre più freddo, sempre più distante, respingeva ogni mio tentativo di avvicinamento. Le persone di corte che mi avevano conosciuto iniziarono a dividersi, ma quasi tutti, sudditi, appoggiarono il cavaliere. Il suo lato oscuro era quello di essere un lupo: attirato dalla carne, nuova, recalcitrante a qualsiasi legame. Un cane sciolto in cerca di conferme del proprio ego, ma a breve termine."
"Lei avrebbe voluto concretizzare la relazione?"
"Si, e questo lo fece trasformare in un essere immondo. Cominciai a cercare antidoti, convinta che fosse un sortilegio della sua ultima donna. Passavo le mie giornate a correre da una parte all'altra del regno, senza trovare risposte alle mie domande. Poi una cortigiana, preoccupata della mia salute, mi spiegò che non era frutto di una maledizione, era la sua natura: non appena una donna faceva un passo verso una direzione più concreta inevitabilmente il suo istinto da lupo lo costringeva a cercare altro, era meglio allontanarsi dal regno. Da li a poco mi lasciò. Mi ha strattonato come un lupo strattona la preda prima di ucciderla. E quando si è accertato di avermi lasciata agonizzante si è trovato qualcun'altro"
"Perchè non è tornata da suo fratello?" 
"Quel tradimento è stato un brutto colpo per lui. E' andato via dal regno. Per sempre"
"E adesso che farà, Principessa? E che fine hanno fatto le persone che ha conosciuto"
"Loro saranno lì a vegliare che io abbia ripreso la strada, io riprendo a camminare. Il lupo invece so che sta facendo lo stesso con un'altra: la corteggerà, l'amerà, la strapperà dalla sua famiglia e quando avrà finito la butterà.
La mia soddisfazione sarà che lui rimarrà solo, a furia di rifarsi il pelo"

E così la Principessa bruciò il libro, e cosparse le ceneri. Un pò di queste le sigillò dentro un ambra a perenne monito. 


lunedì 3 febbraio 2014

Lo strano caso dei genitori in trasferta

Se c'è una cosa che caratterizza l'italiano medio dal resto degli europei (e mi contengo) è il cordone ombelicale con i propri genitori.

Se poi questo italiano medio è anche meridionale, il concetto di genitori acquisisce una connotazione allargata: con il fidanzamento di lungo corso (la convivenza o il matrimonio, insomma qualsiasi legame che duri più di 4 anni), infatti, ti trasformi in uno strano essere mitologico con una testa, due gambe, due braccia e QUATTRO genitori.

Ora, sia ben chiaro, nulla si tolga ai miei due genitori adottati (che per certi versi sono meglio dei miei e almeno quelli non mi ci sono capitati per caso alla nascita, ma un pò me la sono cercata), ma non so se ci si rende conto di cosa significa avere QUATTRO genitori.

Bene. Se il vostro viso si è trasfigurato in una smorfia munchiana, non vi preoccupate, non è lo scenario peggiore che potrei disegnarvi.
Provate ad immaginarvi i 4 genitori in trasferta, in vacanza, in moto perpetuo verso Nord.

Insieme.

Sì, insieme: stesso volo andata e ritorno, stesso numero di valige, stessi acciacchi (quasi).
E non è ancora finita.
Immaginate l'arrivo a destinazione, casa mia, dove alloggeranno alla bene e meglio per 6 giorni.

Se state cominciando a strapparvi i capelli per la disperazione sappiate che non è la cosa peggiore che possa capitare.

Sì, perché, è il fato che lo ribadisce tutte le volte, accadono strani cataclismi naturali, vere e proprie piaghe italiche che sembrano volerci sottolineare la pazzia che abbiamo appena commesso.
Questi gli eventi in ordine di apparizione:

  • 35°C in pieno Maggio
  • Eruzione dell'Etna
  • Nevicata record a Marzo
  • Gelo polare a Dicembre
  • Pioggia battente per 5 gg e 5 notti ad Aprile
Mi aspetto strani eventi il prossimo carnevale, e probabilmente a Pasqua.

Se qualcosa d'insolito capiterà ricordatevi di questo post...

mercoledì 11 dicembre 2013

Viaggio in Svizzera


Dopo 3 mesi trascorsi nella patria degli orologi (a cucù) e del cioccolato è d'uopo una riflessione sul soggetto svizzero. E' vero che non ho avuto occasione di conoscerne molti; nell'ambiente che frequento c'è di tutto tranne gli svizzeri. Ma ho avuto alcune esperienze di prima mano e altre di seconda.
Forse era Churchill a dire che l'idea che ti fai di una città nei primi 15 giorni potrà cambiare nel tempo, ma sarà la stessa che avrai dopo 15 anni. Insomma, la prima impressione è spesso quella giusta e questo vale anche per le persone. E quindi, udite udite: tutti gli stereotipi sono assolutamente corretti.


Ne citerò uno in questo post: lo svizzero è quadrato. 
Ma non come un blocco di cioccolato, come una roccia di 30 metri per 10 di marmo di Carrara.  Esempio di prima mano: scontro con l'autorità svizzera. 
Antefatto: qui il parcheggio è come oro liquido. Uno pensa, mica vado a Manhattan, vado in una città tutto sommato piccola e piena di caprette che fanno ciao. Vuoi che non ci sia un parcheggio a strisce bianche? No, non c'è. Ma neanche uno. Ci sono a pagamento. Perchè un'altra regola ferrea che si impara subito è che qui si paga per tutto. Cambi indirizzo e devi aggiornare il permesso di soggiorno? E vai con 45 franchi. Perdi un cucchiaio dell'appartamento che ti hanno affittato? Lo rimborsi. Vuoi la TV? Paga il canone (si anche qui, uno pensava di liberarsene... e lo paghi anche se non hai la TV. Del resto hai di certo un PC). Vuoi iscriverti al club degli amici del falco pellegrino e della passera scopaiola per fare nuove conoscenze? 90 franchi all'anno. Eccetera, ecc... Ma tutto sommato ha senso. Le tasse sono basse, i servizi sono davvero buoni.
Quindi garage pubblico mensile: 190 franconi al mese. Posso lasciare l'auto per tre mesi e quindi decido di rinnovarlo mese per mese non avendo ancora un'idea precisa rispetto all'area in cui mi trasferirò nel breve periodo. Il primo rinnovo tutto bene. Al secondo la macchina dà un errore. Forse la carta è smagnetizzata o qualcosa del genere, penso. 
Sapete quel tasto che c'è nelle macchine automatiche, con la I di informazioni o per chiedere aiuto? Quello che se lo premi in Italia emana scariche elettrostatiche per 5 minuti prima di micro-esplodere o ti fa sentire la voce lontana di uno che risponde da Caserta mentre mangia l'impepata di cozze?
Ecco, quello. Lo premo. Risponde una voce alla quale spiego brevemente il misfatto e mi dicono che qualcuno arriverà in 5 minuti. Dopo 5 minuti è arrivato qualcuno davvero. Se non hai colto l'ultima frase, rileggila.
Comunque, salta fuori che il rinnovo della carta si può fare sì per 3 mesi, ma il numero di rinnovi è al massimo 1, quindi valeva la pena rinnovarlo direttamente per la durata di 2 mesi (a saperlo...). E dove sta scritto, chiedo io sinceramente curioso di capire come avevo potuto perdere un'informazione del genere. E qui lo svizzero che è in lui replica: è la regola. MA LA REGOLA DI CHI???? E lì mi immagino mentre prendo l'auto, sfondo la barra del parcheggio e facendo il dito grido: è questa la mia regola!!!!!!! (Nella versione deluxe glielo grido in tedesco svizzero.)
Con grande savoir faire chiedo: e quindi cosa dovrei fare adesso? E lui, con altrettanto savoir faire prende la mia tessera, la inserisce e mi mostra l'ammontare da pagare per uscire, pari a circa 20 giorni di parcheggio, ovvero più o meno 500 franchi. Naturalmente simulo uno svenimento, una collega mi fa riprendere coi sali e dico: beh, magari prima di pagare questa cifra parlo con qualcuno dell'ufficio. E lui, serafico come l'angelo della morte: ok, questo è il numero. Comunque in ufficio ci sono io. 

Seguono giorni in cui penso a piani alternativi alla Arsenio Lupin assieme ai colleghi. Ma ogni volta che un'idea sembra geniale, dopo 5 minuti emerge la non fattibilità per un qualche motivo. Morale: questi bastardi di svizzeri i parcheggi li costruiscono bene e non c'è verso di uscire fregandoli. E quindi, si. Ho pagato.
L'idea di chiamare l'ufficio per chiedere altri chiarimenti e magari un rimborso mi tenta ancora. Ma questa è la differenza tra me e loro. Piuttosto che vivere tutto lo sbattimento per un ipotetico, parziale, sudato rimborso, pago 'sti franchi e vaffanculo. Io sono italiano.

PS: lo so, alcuni italiani hanno la mentalità del parcheggio svizzero e intenterebbero una causa alla municipalità tutta. Ma sono pochi e sicuramente sono parenti di Gugliemo Tell. Altra eccezione sono i napoletani. Loro avrebbero trovato un modo per uscire dal parcheggio.
L'ozioso

mercoledì 23 ottobre 2013

Lezioni di pendolarismo: lo studente universitario

Fare i pendolari ha i suoi vantaggi.
Ad esempio, piano piano riesci a crogiolarti in alcune abitudini, inizi a riconoscere le facce, ti assuefai all'ansia di arrivare in ritardo (il che spesso può diventare un problema ma niente di irrisolvibile con una buona sveglia sul cellulare) e ti godi il passaggio con attività che normalmente non riusciresti a fare.

Con 12 anni di onorato servizio, posso a tutto diritto considerarmi una pendolare incallita della tratta Bologna Catania, e credo che sia giunto il momento di fare outing. C'è stato un periodo in cui anche io portavo dietro il mio buon libro, o il lettore di mp3, ma in realtà niente mi ha mai distolto davvero come il mio più grande hobby: osservare i viaggiatori del Bologna Catania. 

I viaggiatori del Bologna Catania, sono particolari e diversi da tutti gli altri, persino da quelli del Catania Bologna. Sono una varietà di specie variopinta e multiforme, ma mi piacerebbe intrattenervi con alcune delle più frequenti categorie. Oggi vi parlerò dello studente universitario.                                                                                                                                                                                                                                    Lo studente universitario. Il volo Bologna Catania è pieno di studenti che tornano a casa per le vacanze o tra un esame ed un altro. Normalmente lo studente universitario assorbe come una spugna gli usi dell'ambiente che frequenta ed essendo inesorabilmente siciliano, li esaspera. Sul sedile accanto al tuo puoi trovare il ragazzo con il cappello con la visiera tesa e larga leggermente inclinato a destra MA i pantaloni stretti a sigaretta che lasciano intravvedere le mutande, la maglietta rigorosamente di acrilico a rombi fluorescenti, un misto tra rap e discodance. Se sei fortunata non si è rovesciato sopra l'intera boccia di colonia.
Tipo lui con il cappello
Oppure, il trasandato, barbuto, con un paio di piercing, con il pantalone dal cavallo basso ma largo largo, magari con qualche toppa, le all stairs e la borsetta con il trinciato e le cartine. Se sei fortunata non puzza.

Evidente proiezione di come vorrei che apparisse il trasandato
Entrambi allacciano la cintura e poi svengono a bocca aperta sul sedile.
Lo studente universitario, se non ti stende con i suoi effluvi, è un ottimo compagno di viaggio, non interagisce, dorme tutto il tempo, sta nei suoi spazi.

La studentessa universitaria. Merita una categoria a parte. Le studentesse possono essere vestite diverse, essere fighette o fricchettone, ma in entrambi i casi hanno una caratteristica comune (non pervenuta nei maschi): portano con sé almeno un libro universitario. Rigorosamente fotocopiato. Sottolineato con 4/5 colori diversi. Le trovi già al gate che leggono fitto fitto questo libro e ti chiedi se sia un approccio sistematico o un diversivo per smorzare l'attesa. In ogni caso finché leggono e basta, sono un'ottima compagnia.

Semmai doveste avere dei dubbi su questi due profili avrete sempre la prova del nove. Al gate arriverà sempre, e dico sempre, una chiamata del genitore ansioso di turno, e li dalle loro boccucce serrate e fini uscirà tutto il suono dell'accento meridionalo veramente. Vi saluto con una scena che non è poi così dissimile dalla realtà, alla prossima puntata

lunedì 21 ottobre 2013

"Eating animals"



E' sempre difficile condurre una seria discussione sul vegetarianismo. E' un po' come parlare di religione. Si teme sempre di offendere la sensibilità altrui. Ma così si finisce per non parlare mai del tema. E' molto probabile innescare una lite: da una parte la difesa totale degli animali ("molti animali sono meglio degli esseri umani" è un'affermazione molto comune – e altrettanto stupida) e dall'altro lato il partito del “io mangio qualunque cosa abbia quattro gambe, esclusi i tavoli” - ricco di sostenitori in Cina.
Naturalmente la verità sta nel mezzo, ma il punto di ogni discussione, visto che la verità sta sempre o un più a destra o un più a sinistra, è appunto capire da quale lato pende. 
Ho pensato che la lettura del libro “Eating animals”, del giornalista americano Jonathan Safran Foer, che ha fatto un'inchiesta nel mondo dei macelli durata tre anni, potesse aiutarmi a comprendere meglio la situazione.
Dirò subito che purtroppo il libro non è particolarmente illuminante ed è infarcito di retorica americana. In diversi punti l'autore ci tiene a sottolineare con mielosi episodi infantili i motivi che l'hanno indotto a diventare vegetariano. Vabbè. Naturalmente c'è di mezzo anche il bene dei suoi figli nel momento in cui diventa padre. Vabbè. Per intenderci, il libro vuole parlare alla pancia del lettore e non al cervello (comunque fallisce entrambi gli obiettivi e alla fine della lettura correresti in un prato a fare una grigliata).
Tuttavia ci sono alcune informazioni interessanti che rivelano certe caratteristiche del tema a cui di solito non si pensa. Per esempio, il libro evidenzia il forte contributo dei macelli all'inquinamento (soprattutto delle falde acquifere) o l'impatto sulla salute umana a causa della grande quantità di antibiotici e altri farmaci utilizzati per questo tipo di industria. Descrive i metodi di macellazione, che credo comunque tutti conoscano o possano immaginare. Non ho scoperto nulla di troppo innovativo su quel lato. E' chiaro che si possono raccontare una serie di storie raccapriccianti in un luogo dove ogni giorno sono macellati migliaia di animali. E' chiaro che qualcuno di questi arriva ancora vivo nel pentolone dell'acqua bollente. E' anche evidente che non mi sembra un luogo troppo piacevole dove lavorare. Insomma, ci sono una serie di validi motivi per non amare i macelli e il sistema che li circonda. Che tutto questo induca qualcuno a diventare vegetariano è completamente plausibile. Ognuno sceglie di vivere come vuole. Ma se dobbiamo cercare di capire se tale scelta abbia una logica sottostante diversa dall'emozione personale, una logica che possa magari aiutarci a ragionare su come ottenere un cambiamento per un mondo migliore, estendendo un certo modus pensandi a più persone, beh, allora serve una logica più stringente.
Personalmente non trovo che ci sia nessun ragionamento razionale a sostegno di una vita vegetariana. La tesi del libro e di molti (vedi mille stucchevoli immagini su Facebook di maialini e vitellini con la pistola alla fronte) si basa sull'orrore che suscitano i metodi di macellazione su scala industriale. Ma credo che molti sarebbero scioccati anche dal veder tirare il collo ad una gallina (ulteriore segno, se ce ne fosse bisogno, del rammollimento della civiltà occidentale).
Sono sicuro che nessuno può mettere in dubbio che il modo in cui gli animali sono allevati, nutriti e uccisi è in larga parte disumano e debba essere migliorato, sia per la salute animale che per quella umana. Ma il vegetarianismo non è la risposta. Mi sembra abbastanza cieco pensare di cambiare questo sistema smettendo di mangiare animali. E' lo stesso principio del boicottare una marca nel tentativo di far cambiare corso alle cose. E' dal periodo del “flower power” che questo stratagemma ha mostrato tutta la sua inefficienza. Si può farlo come scelta personale, ma non vi è alcuna possibilità di modificare il mondo in questo modo, a meno che voi non siate Gandhi (e anche sul suo successo ci sarebbe qualcosa da ridire). 
Questo sistema folle di trattare e macellare gli animali è legato ad un solo fatidico e altrettanto folle concetto. Quello di produrre ogni anno sempre più carne, senza sosta, in un'infinita fattoria degli orrori. E tutto questo risponde ad un altro sistema, altrettanto sciocco, altrettanto folle, chiamato capitalismo.
Vogliamo avere un modo più “umano” di mangiare gli animali? Sono d'accordo. Vogliamo avere un modo più sostenibile di vivere nel mondo occidentale? Sono pienamente d'accordo.
C'è un solo modo: uccidere il capitalismo. E questo è il vero punto dell'Ozioso. Alla prossima puntata.
L'Ozioso

domenica 13 ottobre 2013

Giappone, mon amour

Nell'ultimo post ho detto che avrei rivelato dov'ero stato in viaggio. Ebbene, in Giappone. Tre settimane di intenso tour cultural-linguistico-religioso-gastronomico. Il fatto di esserne tornato vivo mi induce a lasciare una testimonianza dell'esperienza. Non che il Giappone sia di per sé pericoloso e non credo di rischiare nemmeno l'insorgenza di malattie strane e raccapriccianti. Tuttavia, voglio dare a chi legge un semplice consiglio: non andateci mai, per nessuna ragione, in agosto! Le temperature sono da girone infernale, con un'umidità tropicale che impedisce ad ogni singolo poro di respirare. Tokyo è un forno di acciaio e cemento a 40 gradi. Ora ho una collega giapponese (proprio di Tokyo) la quale mi ha detto al rientro: “ma nemmeno io andrei mai a casa in agosto!”. Della serie: sei un cretino.
Comunque a parte le condizioni atmosferiche proibitive, il Giappone è una terra straordinaria. Il primo impatto all'arrivo è stato proprio con l'oggetto che i giapponesi sembrano adorare di più: il WC. Un simpatico tastierino vi permette di selezionare diverse opzioni. Non avendo il bidet, l'ingegnosità nipponica ha pensato bene di fonderne le funzioni nel water closet. E così, alla fine della vostra attività, pigiate un pulsantino e un getto di acqua calda verrà direzionato proprio lì, su quel punto ultrasensibile, ultimo tratto del vostro apparato digerente. Con una precisione che lascia attoniti! Io personalmente ho trovato un po' fastidioso questo getto così preciso, ma qualcuno (e non farò nomi) lo trovava piacevole. De gustibus. Negli apparati più sofisticati potete anche regolare la temperatura dell'acqua (e quella della tavoletta dove poggiate le terga). 












Ma lo stupore e l'ammirazione hanno raggiunto vette sublimi quando in uno dei ryokan in cui abbiamo alloggiato, aprendo la porta del bagno, il WC ha spalancato da solo il suo coperchio e i suoi led blu si sono accesi e illuminati per darmi il benvenuto. Gli mancava solo la parola. Commovente. 
Forse il grado di civiltà di una nazione si dovrebbe misurare sulla base dell'attenzione che essa pone su quest'atto così importante. I giapponesi, non c'è che dire, sono un popolo straordinario. 
L'ozioso

domenica 29 settembre 2013

L'ozio: un manifesto


E' da un po' che sono silenzioso sul blog. Ma ho una buona ragione. Sono stato in viaggio (vi rivelerò in futuro dove) e mi sono trasferito a vivere in un nuovo paese, un po' più a nord appunto. Ad essere precisi in Svizzera. Ho in mente molti temi da trattare e molti pensieri che vorrei esporre e mi piacerebbe che il blog fosse anche una fonte di dibattito e di discussione. Non sempre (quasi mai) è possibile affrontare temi complessi nei dibattiti che si fanno tra amici e conoscenti. Il tempo è poco, la gente si stanca e non si arriva mai in profondità nei ragionamenti. Ma la scrittura può aiutare chi vuole andare a fondo ad essere preciso, rigoroso e attento. Sarebbe bello che il web servisse a questo e non solo a scrivere che Giuseppe, Ciccio e Nando in questo momento sono alla Duna degli Orsi a farsi un cannone. Per carità, mi interessa moltissimo seguire la vita di Giuseppe, Ciccio e Nando minuto per minuto, soprattutto se non ne ho una mia da vivere...
Tuttavia, prima di scrivere altri post sul blog sento di dover diffondere una professione di fede che giustifichi il nomignolo con cui scrivo: L'ozioso. Riporto quindi di seguito un articolo sul tema del lavoro (anche perchè se sono salito a nord è per questo motivo) che qualcuno avrà già visto (mica tanti a essere sinceri), ma che sarà introduttivo per il taglio di tutti i post futuri. Ci rivediamo a breve su questo blog. Buona lettura.

1 maggio - Il tempo, tessuto della vita.

Ormai da qualche anno non posso fare a meno di notare la grande ironia che c'è nella festa del 1 maggio, festa del lavoro e dei lavoratori, che festeggiamo... non lavorando! Che è un po' come fare la festa della birra senza la birra.
Questo è uno dei grandi paradossi della nostra decadente civiltà occidentale. Le promesse di una vita felice, dove le macchine avrebbero lavorato al posto dell'uomo, si sono dissolte da tempo, almeno dall'avvento della Rivoluzione Industriale, ma forse anche prima.
E' stupefacente quanto accettiamo di buon grado di vendere il nostro tempo per il denaro, che ci permette di soddisfare una lunga serie di falsi bisogni. Il Potere ha raggiunto il suo apice nel più diabolico dei modi, con l'istituzione della società disciplinare che tutto vede e tutto controlla. L'incubo di Orwell, il Grande Fratello che ci osserva, esiste davvero; e la cosa più terribile è che non ci accorgiamo della sua presenza (la più grande astuzia del diavolo è farci credere che non esista).
Il nostro mondo non può permettersi di avere fannulloni che vagano per le strade o persone dedite all'ozio con troppo tempo a disposizione. Queste persone, che il Potere giudica pericolose, fanno una cosa che gli altri usualmente non hanno il tempo di fare: pensano. E arrivano a capire che siamo vittima di un inganno. E allora bisogna tenerle occupate, trovare un lavoro a tutti, farle divertire, distrarle...
Ma il vero indice di felicità di una nazione dovrebbe essere il tasso di disoccupazione. Ben vengano i licenziamenti e le casse integrazioni! Vogliono farci credere che il lavoro sia il valore supremo, quello grazie al quale tutta la nostra vita acquista significato per riflesso. Non è così.
Nel 1882 il grande Nietzsche già scriveva nella Gaia Scienza: “c'è una selvatichezza indiana, caratteristica del sangue indiano, nel modo in cui gli americani stanno dietro all'oro; e la loro affannosa furia di lavoro – il vero e proprio vizio del nuovo mondo – comincia a inselvatichire per contagio la vecchia Europa e a spandervi sopra una singolarissima insulsaggine”.
Sentiamo invece Cicerone: “si deve considerare come qualcosa di basso e di vile il mestiere di tutti coloro che vendono la loro fatica e la loro industria, poiché chiunque offra il suo lavoro in cambio di denaro vende se stesso e si mette al livello degli schiavi”.
Infatti siamo questo: schiavi salariati. Vendiamo il nostro tempo, cioè il bene più prezioso che possiamo avere. 
E' da duemila anni che pensatori di ogni tipo da est a ovest hanno capito questo; e noi abbiamo impiegato pochi secoli per costruirci una gabbia d'oro nella quale siamo imprigionati. 
Io non voglio vivere in una repubblica fondata sul lavoro. Voglio una repubblica fondata sull'ozio, che è la ricerca della felicità (sempre che voglia davvero vivere in una repubblica, ma questo è un altro discorso...).
Viva l'anarchia, viva l'ozio, viva la felicità.
L'ozioso